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Big Four: i quattro dell’apocalisse dell’Amazzonia

Consumare inconsapevolmente

Con il nostro stile di vita, noi europei siamo tra i più grandi importatori di deforestazione e, dunque, diretti responsabili dell’accelerazione dei cambiamenti climatici.

A dircelo è un recente studio pubblicato dal WWF che si sofferma ad analizzare l’impatto che le nostre abitudini in termini di consumi, soprattutto nel settore agroalimentare, comportano per l’ambiente.

Tante delle nostre azioni quotidiane, come bere un semplice caffè, mangiare una bistecca o acquistare quella borsa in pelle che ci piace tanto hanno alle spalle sistemi di produzione di cui spesso siamo scarsamente consapevoli ma che, invece, sono responsabili della deforestazione di milioni di ettari di terreno (solo negli ultimi 30 anni si parla di circa 420 milioni di ettari, più o meno la dimensione dell’intera Unione Europea).

La distruzione delle foreste, in primis di quella Amazzonica, ha impatti devastanti sul clima, non solo perché le foreste sono dei fondamentali regolatori del clima globale ma anche perché la loro distruzione, che avviene soprattutto per lasciare spazio a coltivazioni e allevamenti, comporta l’emissione di enormi quantità di Co2 che influenzano pesantemente i cambiamenti climatici. Non solo, milioni di ettari di foresta andati in fumo significano anche una perdita enorme in termini di biodiversità (ricordiamo che nelle foreste è presente circa l’80% di tutte le specie vegetali e animali del Pianeta).

Con i nostri comportamenti noi europei siamo responsabili inconsapevoli di questo circolo vizioso che, se non verrà fermato, causerà danni irreversibili al nostro Pianeta. Secondo i dati rilevati, infatti, i consumi nell’Unione Europea sono la causa del 10% della deforestazione globale.

I Big four

L’analisi, che si fonda sul concetto di Embedded deforestation, spiega il collegamento tra i prodotti finali che arrivano nei nostri Paesi e le attività produttive che li precedono e che comportano deforestazione. I principali responsabili della distruzione di terreni, tutti peraltro fuori dall’Unione Europea, sono quelli conosciuti come i Big four, vale a dire industria del legno, della soia, della carne di manzo e dell’olio di palma a cui, negli ultimi anni, si sono affiancati il caffè, il cacao, i prodotti caseari e quelli in pellame. Dall’ Embedded deforestation (o deforestazione incorporata) dipende circa l’80% di tutte le aree deforestate e proprio l’Unione Europea rappresenta il più grande mercato di prodotti agroalimentari derivanti da deforestazione.

Emblematici sono i casi dell’allevamento di carne bovina e dell’industria della soia, rispettivamente la prima e la seconda causa di deforestazione in America latina e in Amazzonia, specie nella foresta Amazzonica brasiliana (il Brasile produce da solo il 30% della soia mondiale e il 15% della carne bovina). I due settori sono strettamente connessi tra di loro: l’aumento di richiesta di carne bovina – che nella sola Amazzonia brasiliana ha causato la deforestazione di 75 milioni di ettari di terreno – implica un aumento dei terreni coltivati a soia, la cui farina viene poi largamente impiegata nei mangimi animali. Si stima che negli ultimi 50 anni la produzione di soia sia aumentata di 15 volte proprio a causa del la vertiginosa crescita del consumo di carni e l’Europa ne è il secondo importatore a livello mondiale, per comprendere meglio cosa significhino questi dati in termini concreti, basti pensare che il nostro Paese da solo, con la quantità di soia importata sul nostro mercato, è responsabile di aver distrutto una media di circa 16.000 ettari all’anno di foresta Amazzonica.

Cosa fare?

È evidente che è giunto il momento per l’Unione Europea di fare qualcosa; grandi aspettative, anche in questo senso, erano state riposte nella nuova PAC, dalla quale si attendeva un taglio consistente dei sussidi agli allevamenti intensivi che invece non è arrivato (ed è ancora in corso l’iniziativa promossa dai Verdi Europei per chiedere il ritiro di questa pac https://www.greens-efa.eu/dossier/ritiri-questa-cap/?fbclid=IwAR1UVcK3TAQloVC14dHwUatJkJju8V25oYEqgxiAYhtZihpa0mVTFyjHB-M).

Ma non basta, per intervenire adeguatamente sul problema della deforestazione, della perdita della biodiversità, e quindi anche dei cambiamenti climatici, è necessario che l’Unione Europea delinei dei sistemi di monitoraggio sull’origine dei prodotti agroalimentari importati e imponga requisiti ambientali molto rigidi sul sistema dell’import/export di questi prodotti, in modo da assicurare che non siano frutto di deforestazioni (spesso peraltro illegali). Una legge per il divieto di qualsiasi prodotto legato alla deforestazione è stata recentemente chiesta dal Parlamento europeo e la Commissione ha da poco lanciato una consultazione pubblica, che si chiuderà il 10 Dicembre, per consentire ai cittadini di far sentire la propria voce a favore di questa norma, che potrebbe rappresentare un importante passo in avanti nella lotta alla deforestazione.

Un’occasione da non perdere per un primo passo verso il cambiamento.

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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